The turn of the screw

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Luogo: Venezia
Anno: 2010
Autore: Benjamin Britten
Direttore: Jeffrey Tate
Regia, scene e costumi: Pier Luigi Pizzi

Perfette e altamente suggestive le luci di Vincenzo Raponi, splendide nel differenziare gli ambienti interni come accoglienti o imprigionanti, nel sottolineare ombre, angoli e cigli dei mobili, nel rendere la brumosa oscurità degli esterni.

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DICONO

Negli spettacoli di Pier Luigi Pizzi l’apparato scenotecnico assume sempre una importanza fondamentale non solo come cifra stilistica ma anche nel suo essere semanticamente rilevante nell’economia della messa in scena. Siamo nell’interno di una casa dove è dominante il grigio; due piani collegati da una scala a chiocciola ampia. Il fondo è una enorme vetrata su due piani, all’inglese, con grandi scacchi. E qui sta la genialità: grazie alle luci, quegli interni accoglienti, eleganti, raffinati, divengono prigione, con le griglie che si riflettono sulle pareti, lunghe ombre inquietanti, evocatrici di una condizione di mancanza di libertà fisica e interiore, mentale e onirica. In alcuni momenti il chiudersi di un sipario nero isola il proscenio, dove ci sono due divani a sinistra e una cattedra con banchi e lavagna sulla destra, consentendo di cambiare la scena con un esterno di bosco in riva al lago, dominato da quindici altissimi alberi, invero solo tronchi che si allungano verso l’alto, quasi colonne di un cielo invisibile.

Perfette e altamente suggestive le luci di Vincenzo Raponi, splendide nel differenziare gli ambienti interni come accoglienti o imprigionanti, nel sottolineare ombre, angoli e cigli dei mobili, nel rendere la brumosa oscurità degli esterni. La regia appare complementare a scene e costumi ed è essenziale, lineare, rarefatta.

Francesco Rapaccioni – Teatro.it

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