I Due Foscari

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Luogo: Roma
Anno: 2013
Musica: Giuseppe Verdi
Libretto: Francesco Maria Piave
Direttore: Riccardo Muti
Regia: Werner Herzog
Scene e costumi: Maurizio Balò

Una Venezia filtrata attraverso il dolore claustrofobico di una tragedia di potere che connota le buie sale di palazzo, immense per lo spettatore, attraverso parchi giochi di luci (Vincenzo Raponi). Uno spettacolo splendido.

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DICONO

Firma la regia Werner Herzog: intellettuale poliedrico (regista cinematografico, ancor prima che operistico), crea una regia di certo non convenzionale, che si staglia imponente sulle scene e i costumi firmati da Maurizio Balò. Su una tinta cinerea di base, uniforme, si evidenziano elementi di poderosa grandezza che alludono a Venezia. Fin da subito la scenografia si impronta su un forte contrasto cromatico grigio-oro. Il primo quadro dell’atto II si svolge in prigione: un luogo oscuro, fiocamente illuminato da un sapiente uso delle luci (luci e ombre sono parte organica e studiata della regia, come appare chiaro nella proiezione dell’ombra del monumento leonino nel I atto) Una Venezia che ricorda da lontano un’epoca di splendore rinascimentale, ma filtrata attraverso il dolore claustrofobico di una tragedia di potere e affetti senza vinti né vincitori, senza buoni né malvagi, che connota le buie sale di palazzo, immense per lo spettatore, attraverso parchi giochi di luci (Vincenzo Raponi). I costumi fanno da pendant alla scenografia: di un gusto vagamente classicheggiante, sono pesanti a significare il freddo gelido della neve e dell’anima. Uno spettacolo splendido.

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Una regia sobria [Werner Herzog] e secca nel risuonar delle scene che vanno a succedersi come inscatolate in un cubo magico di cui si conosceva la tragica soluzione, ravvivata da una musica intensa ed in crescendo in cui la direzione di Muti evidenzia tutti i tratti seppur reconditi ed in particolare risuonano gli archi gravi della sconfitta. Il nuovo allestimento del Teatro dell’Opera si avvale dei costumi tradizionali ed anche questi essenziali e delle scene di Maurizio Balò, mentre le luci di Vincenzo Raponi rimangono fredde su quella cupa realtà rappresentata dal dramma, riscaldate soltanto dai lumi delle arie innocenti degli ingiustamente accusati e vituperati personaggi.

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