Otello Rossini

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Luogo: Napoli
Anno: 2016
Musica: Gioachino Rossini
Libretto: Francesco Berio di Salsa
Direttore: Gabriele Ferro
Regia: Amos Gitai
Scene: Scene Dante Ferretti
Costumi: Gabriella Pescucci

© foto Luciano Romano / Teatro di San Carlo

splendide scene di Dante Ferretti meravigliosamente illuminate in un gioco continuo di volumi e chiaroscuri.

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Amos Gitai si è trovato tra le mani una storia a metà: con esordio didascalico, nella proiezione sui velatini di palcoscenico della copertina del dramma di Shakespeare e spiegazione scritta (bilingue) e poi con un seguito mesto, privo di invenzione teatrale, tra masse statiche e gesti di convenzione. La scena importante, come quella di Dante Ferretti, col primo atto ambiguo tra la grande sala di comando veneziana e la tolda di una nave, e il secondo e il terzo inanellati a vista, grazie a colonnati che magicamente diventano finestre di sapore orientale, avrebbe richiesto azione più inventiva.

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Nelle splendide scene di Dante Ferretti si fondono un gusto magico da grande esteta e una consapevolezza autentica del potere drammaturgico dell’impianto scenico, nelle sue linee calde, dolci, meravigliosamente illuminate in un gioco continuo di volumi e chiaroscuri.

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Le scene di Dante Ferretti sono bellissime, imponenti, importanti, degne di una Inaugurazione di Stagione. In particolare il secondo e terzo atto dove le schiere di colonne si “materializzano” in scorci orientali e particolari effetti di luci, curate da Vincenzo Raponi, che le rendono simili a finestre. Magnifici i costumi di Gabriella Pescucci.

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Spettacolo all’insegna delle contaminazioni: scene di Dante Ferretti sempre classiche e sontuose, ma oscillanti tra il calligrafico (il palazzo veneziano della seconda parte dell’opera) e l’evocativo (l’interno di veliero su cui si apre il primo atto); costumi moderni di Gabriella Pescucci, non privi però di eleganti affondi timeless; regia del tutto tradizionale nell’imposto della recitazione (cantanti perlopiù statici e al proscenio), ma incentrata sull’attualizzazione della vicenda. Per Gitai Otello poteva diventare l’occasione per raccontare la grande Storia attraverso le dimensioni del mito e dell’archetipo. Purtroppo, l’ostentata verginità del regista israeliano rispetto al linguaggio operistico si è risolta in una messinscena ondivaga: che non coagula in resa plastica unitaria il valore dei singoli contributi (le scenografie, anzi, rischiano di sembrare inutilmente dispendiose); in cui certe scritte che scorrono “a sostegno” della morale politica dello spettacolo appaiono didascaliche, anziché pregnanti; e dove gli inserti filmati dallo stesso Gitai (barconi, elicotteri…) non contraddicono la finzione teatrale né entrano in dialettica con essa, ma hanno solo un sapore posticcio (e risultano antimusicali, nel caso dell’interminabile proiezione collocata tra sinfonia e inizio dell’opera).

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